sabato 23 marzo 2013



ELENA EL ASMAR/L'ESERCIZIO DEL LONTANO

Un esercizio, quello di Elena El Asmar (Firenze 1978), che ci permette di fluttuare all’interno del nostro lontano, del ricordo, della memoria che, citando Montale, “si aggiunge all’esistente come un’aureola di nebbia al capo.”
Il progetto inedito presentato dall’artista è site-specific per gli spazi della SRISA Gallery e si struttura all’interno dell’architettura della galleria in un percorso organico sostenuto dalla formalità dei materiali utilizzati.
"L’esercizio del lontano” è un’attività del pensiero che ci permette di postulare un confronto d’idee, un’espressione dialogica in una sorta di “pedagogia” del lontano. Esso si muove nell’equilibrio/squilibrio  che oscilla tra ricordo e memoria, in cui le immagini che provengono da una dimensione passata si fanno forma (incongrua) nel presente. Il ricordo, quel consolatore molesto, si applica alla memoria che lo trasforma e lo rende hic et nunc; riconsegnandolo come tale, diventa non più qualcosa che si perde nel valore del tempo e delle nostalgie di Mnemosine, ma una cosa (ri)trovata, che l’artista presenta a noi e, reso forma, protrae nel futuro.
Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2013, SRISA Gallery of Contemporary Art, courtesy of Pietro Gagliano’ (2)L’opera d’arte (che è cosa dotata di un supplemento speciale) è il feticistico oggetto da cui traiamo quel conforto di cui si necessita. Forse si richiede uno sforzo immaginativo che renda presente ciò che è assente e che riconsegni in modo organico le percezioni sfuggenti grazie cui ogni percezione passata viva in quella presente. Questo esercizio del lontano acquista il suo valore nel discostarsi da tale nostalgia per arrivare in una realtà (artista mediator) che lo rende proprio.
Il percorso si compone negli accostamenti guidati dall’allestimento, in cui si sospendono gli ordini temporali. Opere che presentano l’espansione melodica tipica dell’aria, che come nella lirica musicale ci conducono l’una all’altra, come candide sinfonie. La delicatezza dei tratti, rarefatti, ariosi costruiti in sensibili grafismi, sembra provenire da quel lontano, che si stratifica in docili passaggi dell’anima.
Ci troviamo di fronte ad opere che possono assumere valori diversi, sentimenti multiformi come tessuti leggeri, ornati preziosi che si muovono sulle variabili del tempo, in dolci rilievi impercettibili che assumono la matericità di quell’epoca assoluta che è il ricordo. Le immagini morbide sembrano fluttuare in superficie quasi come scritture cuneiformi. Nel cuore della galleria troviamo le sculture, come città sopraelevate sospese nell’etere, architetture mamelucche, fatte di materiali umili, quotidiani, multiformi, che si compongono in una panoramica sinuosa tra cui potersi muovere ed esplorarle nella loro varietà. Città che ci seguono, che ci mostrano un altro mare, situate su piattaforme composite che, alla fine del percorso espositivo, invadono lo sguardo nella loro seducente tridimensionalità, traghettandoci verso un oltre in cui sentirsi altrove.

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