mercoledì 12 novembre 2014

PRATO-SARAJEVO ART INVASION | 10 GIOVANI ARTISTI INVADONO PRATO

Bojan Stojcic, La storia appartiene alla pietra, il futuro al vento, ph Andrea AbatiUn progetto di residenza per giovani artisti attivi in Toscana e in Bosnia culmina in un’azione pubblica che coinvolge tutta la città di Prato.
Prato, giovedì 12.06.2014 ore 17-23, percorso pubblico di interventi e azioni
Il progetto Prato-Sarajevo ART INVASION nasce nell’aprile 2014 con l’obiettivo di individuare un percorso non convenzionale fatto di azioni, interventi, residenze e incursioni sul territorio per una riflessione estesa sulla contemporaneità, al fine di stimolare un pubblico non necessariamente “addetto ai lavori”.
Olga Pavlenko, Quel che forse non c'era, installazione, ph Andrea AbatiNella giornata del 12 giugno 2014 è stato realizzato un percorso urbano in cui, mappa alla mano, sono state presentate al pubblico tutte le opere dei 10 giovani artisti under 35 in residenza, al fine di condividere in un unico momento questa esperienza, restituendola al territorio che li ha ospitati.
Alle ore 17:00  l’incontro è fissato alla Porta Leone, dove una navetta aspetta i visitatori per scortarli nelle varie tappe disseminate in tutta la città, dai luoghi classci del centro storico alle zone meno conosciute.
Valentina Lapolla, Sarajevo Walking Tours, performance, ph Andrea AbatiSull’autobus urbano troviamo l’opera di  Olga Pavlenko (Kherson-Ucraina 1982), Quello che forse non c’era , frutto di una ricerca sulle aspettative future delle nuove generazioni, ma anche sui legami familiari del passato; è stato perciò significativoin quest’ottica rivolgersi a giovani di età compresa tra i 14 e i 20 anni – che meglio rappresentano anagraficamente questo passaggio – chiedendo loro di associare ad ogni lettera dell’alfabeto una parola che traducesse nell’immaginario la città di Prato, creando una sorta di abbecedario stampato sulla fiancata dell’autobus, quasi fosse un tracciato alternativo e in movimento. Una città che diventa dunque percorso e parola in un continuum tra passato, presente e futuro.
Virginia Zanetti, Vissi d'Arte, installazione audio-video e performance - ph Andrea AbatiLa seconda tappa ci porta ai giardini pubblici di Via Colombo dove troviamo l’installazioneCamera Obscura di Emma Grosbois (Rennes-France,1985). L’artista costruisce una camera oscura permettendo al pubblico di avere una visione nuova sullo spazio intorno ed entrare fisicamente nell’immagine, poco nitida e capovolta, interrogandosi sullo spazio e sul tempo, facendo cortocircuitare in maniera ancora più netta l’idea di realtà e di osservazione/rappresentazione.
Virginia Zanetti, Vissi d'Arte, installazione audio-video e performance, ph Andrea AbatiAl Cinema Borsi, storico cinema d’essai dismesso, possiamo vedere la video installazione di Virginia Zanetti(Fiesole,1981), Vissi d’Arte, in cui, in luoghi dove la bellezza sembra ormai essersi smarrita, compare un soprano che d’improvviso intona l’aria dellaTosca di  Giacomo Puccini: il canto lirico inserito in un contesto inusuale permette all’arte di riacquistare  il proprio potere di cambiamento e simbiosi con il contesto. Di fronte al cantiere del Museo Pecci – simbolo culturale della città – ad accompagnare la video installazione, un’immagine della locandina del “film” della cantante lirica in atto performativo. La difficoltà di un tempo contemporaneo è esemplificata dall’eccezionale riapertura della sala cinematografica, che mette in scena la bellezza che ritorna a vivere nel quotidiano urbano.
Gaetano Cunsolo, Laboratorio di autocostruzione per un rifugio, ph Andrea AbatiIl lavoro di LOri Lako (Pogradec-Albania,1991) si sviluppa in due punti significativi della città di Prato, ovvero Porta San Fabiano e il sottopassaggio ferroviario del cantiere. Partendo da un’indagine sul territorio e grazie all’apporto dei cittadini, vengono scelti due punti del contesto urbano che, di fatto, rappresentano uno spartiacque, una divisione tra due parti di territorio percepite come dissimili. Unendo due memorie storiche diverse, Lori agisce sulle fratture del suolo presenti in questi due punti per intervenire sul presente: da una parte riprende le rose di Sarajevo (spaccature presenti sul suolo bosniaco a causa della guerra civile) riempiendole con vernice rossa a simbolo del sangue versato,  dall’altra, recupera la filosofia orientale della palingenesi, ovvero la pratica del Kitsungi (l’arte di riparare con oro oggetti rotti), tramite cui la ferita viene impreziosita e quindi valorizzata.
Giacomo Laser e Giulia Del Piero, El Cosmógrafo, video, ph Andrea AbatiFrancesca Banchelli (Arezzo,1981) ricontestualizza nella città di Prato una serie di eventi del film Le Pont Du Nord (1981) di Jacques Rivette in cui le strade di Parigi si fanno da emblema della città, visionabili sia dal vivo che in live streaming. I protagonisti di Fetching Bridges (Endlessly) si addentrano in un agglomerato urbano comune ad ogni città, in cui la realtà e la sua rappresentazione scenica entrano in contatto tramite il gioco della doppia visione. Endlessly saranno gli stessi eventi che, come parti estrapolate dal film e ritrasmesse in un contesto originario e reale, rimangono senza inizio né fine.
Francesca Banchelli, Fetching Bridges (endlessly), performance, ph Andrea AbatiDi fronte all’albergo Giugni, Valentina Lapolla (Prato,1979) ci introduce al suoSarajevo Walking Tours in cui ci accompagna in una visita guidata di una Sarajevo sovrapposta a Prato: percorsi che raccontano i monumenti, le leggende e le tradizioni della città bosniaca, ma all’interno di una città diversa. Un modo per conoscere qualcosa di più su una città distante, riscoprendola inaspettatamente nel quotidiano, facendo leva sull’immaginazione e riportando intriganti aneddoti, proprio come una vera guida.
Emma Grosbois, Camera Obscura, installazione, ph Andrea AbatiGaetano Cunsolo (Catania,1986) in seguito ad un Laboratorio di autocostruzione per un rifugio, costruisce un riparo coinvolgendo la comunità e in particolare i ragazzi del quartiere, creando uno spazio di protezione che si mantiene borderline, tra l’aspetto ludico e quello necessitario dovuto ad agenti esterni, ricostruendo l’architettura che diventa estensione corporea e ripensamento dell’esterno in modo mobile e mutevole.
Emma Grosbois, Camera Obscura, installazione, ph Andrea Abati.Al palazzo Vaj della Monash University viene proiettato il film documentario El Cosmografo di Giacomo Laser e Giulia Del Piero (Ivrea ,1985 – Bressanone, 1986) in cui assistiamo alle vicissitudini di un compositore intento a scrivere un’opera musicale utilizzando la città di Prato come spartito, traendo spunto sonoro dai mezzi pubblici al fine di creare un accompagnamento musicale ideale e quindi ri-diffonderlo attarverso il movimento.
Lori Lako, Oroa, installazione, ph Andrea AbatiLa performance di Lana Cmajcanin (Sarajevo,1983) , Made in Italy-Made out China, coinvolge lo spettatore che si trova di fronte ad un pattern come di una stoffa pregiata su di una parete, che viene improvvisamente strappata, squarciata dall’artista per rivelarci ciò che stava celato al nostro sguardo: una foto di una folla di cinesi. Prato è una città che si basa sul settore tessile. Negli ultimi anni la comunità cinese è cresciuta a tal punto da diventare la più grande comunità in Europa. In una città ormai costretta a fronteggiare la propria multiculturalità, si vengono a creare spesso difficoltà comunicative e di integrazione, in cui l’economia ufficiale (quella tessile pratese) tenta di celare una parte ormai importante del proprio tessuto sociale e di conseguenza economico, non riuscendo a vederne le possibili contingenze.
Lori Lako, Oroa, installazione, ph Andrea Abati.
Ultima tappa del percorso, La storia appartiene alla pietra, il futuro al vento è l’opera di Boajan Stojcic (Sarajevo,1988) scritta su un pallone areostatico, interpretando così le difficoltà di una città in bilico tra un futuro precario e un passato solido su cui fa ancora affidamento, ponendo l’accento sulle potenzialità della parola.

VIRGINIA ZANETTI | IL CORPO CHIEDE

Virginia Zanetti, Il corpo chiede - Studio secondo per l'estasi nel paesaggio, perfomance, Piece - Percorsi della performance, 2014.. Ph Nicolò Burgassi, OKNO Studio.Il terzo appuntamento di “PIECE-Percorsi della performance” si apre con Il corpo chiede di Virginia Zanetti, in cui la reciprocità tra performer e pubblico permette di raggiungere una nuova consapevolezza tramite un’esperienza estatica ed estetica al tempo stesso.
PIECE Percorsi della Performance, Scandicci (FI), Teatro Studio Krypton, Via G.Donizetti 58.
A cura di Pietro Gaglianò / Direzione artistica di Giancarlo Cauteruccio
Virginia Zanetti, Il corpo chiede - Studio secondo per l'estasi nel paesaggio, perfomance, Piece - Percorsi della performance, 2014. Ph Nicolò Burgassi, OKNO Studio -Nel film Rashomon un boscaiolo, un monaco e un passante ascoltano le testimonianze di quattro diversi personaggi sull’uccisione di un samurai. Ogni versione contrasta con le altre e la verità resta celata. Il film di Akira Kurosawa mette in luce come le testimonianze mutevoli siano tutte parte di una stessa condizione di non unicità del vero,una parabola della verità in cui menzogna e realtà si confondono, dimostrando come le percezioni del singolo e l’interazione con gli altri determino varie versioni di un unico avvenimento. Parzialmente vere e parzialmente false. Non vi è unicità nella verità, ma verità nell’unicità, che ogni singolo sperimenta in modo personale nella soggettiva esperienza con il contesto circostante.
Virginia Zanetti, Il corpo chiede - Studio secondo per l'estasi nel paesaggio, perfomance, Piece - Percorsi della performance, 2014. Ph Nicolò Burgassi, OKNO StudioLa performance di Virginia Zanetti (Fiesole,1981) si pone come la seconda parte di uno studio sulla “non dualità” iniziata con il  progetto-ricerca Studio primo per l’estasi nel paesaggio/Dispositivo a terra. Una performance partecipativa in cui gli spettatori si fondono con l’ambiente: in questo caso specifico è il pavimento del teatro a prestarsi come punto di fusione, ma anche le altre persone presenti e le luci, mettendo in scena una sorta di rituale panteistico, ricreando un flusso di relazioni, disponendo individui e oggetti personali come in un campo energetico, fino a stabilire un collegamento tra loro, tenendosi per mano o semplicemente sfiorandosi. L’influenza reciproca e fisica tra performer e spettatori permette la creazione di una forte connessione, un muto dialogo, un graduale processo di identificazione che porta all’immedesimazione delle sensazioni.
Virginia Zanetti, Il corpo chiede - Studio secondo per l'estasi nel paesaggio, perfomance, Piece - Percorsi della performance, 2014. Ph Nicolò Burgassi, OKNO Studio.Le persone, invitate dall’artista a partecipare all’azione, diventanoattività creativa.
Riflettendo sul concetto di estasi, si crea un momento in cui ci si abbandona a ciò che sta intorno per unirsi in un’entità unica: il corpo e la sua percezione fanno  parte della stessa vita cosmica, generando riflessioni complesse, in cui la trasformazione dell’io diventa l’unica via possibile per migliorare il contesto in cui viviamo, da cui non possiamo scinderci, rileggendo così la realtà secondo schemi in cui il particolare e l’universale sono strettamente connessi.
I sensi, protagonisti fondamentali di un percorso altamente percettivo, diventano ulteriore strumento di conoscenza da applicare alla tangibilità del presente, in modo materico, tattile, visivo,olfattivo, simbiotico.
Virginia Zanetti, Il corpo chiede. Studio secondo per l'estasi nel paesaggio, perfomance, Piece - Percorsi della performance, 2014. Ph Nicolò Burgassi, OKNO Studio -Il respiro può diventare scultura, così come i corpi esteticamente si legano tra loro.
La realtà cellulare del nostro corpo si amplifica in questa performance esperienziale, in cui si viene trafitti e trapassati da un sovraccarico sensoriale.
Se da una parte,  a livello visivo, viene ricreato un paesaggio composto da radici umane che interagiscono, che si attorcigliano e si mischiano, dall’altra la visione che si crea sembra rappresentare la volontà di protesta, di contestazione e di riscatto che, placandosi al terreno, rimane inesorabilmente bloccata.

Francesca Biagini

MAURO STAGI | SHARE

IMG_0766Il secondo appuntamento di “PIECE – Percorsi della performance”, presso il Teatro Studio Krypton a Scandicci (FI) a cura di Pietro Gaglianò con la direzione artistica di Giancarlo Cauteruccio, si apre con Share di Mauro Stagi con la partecipazione in scena di Alessandra Maoggi. Una performance in cui attori e spettatori condividono lo stesso spazio rintracciando un senso non convenzionale, ma più autografo, ad un concetto che si fa carico di significati altri sul contesto contemporaneo urbano.
PIECE Percorsi della Performance, Scandicci (FI), Teatro Studio, Via G.Donizetti 58, dal 26.02.2014 al 06.2014
«Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così Senato e Popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.»
(Discorso di Menenio Agrippa a Plutarco e Coriolano)
10168436_10203695181566350_1555293087_nLa parola Share sin nella sua etimologia si mostra a noi come estremamente complessa e stratificata, densa di significati ambigui e sociologicamente contrapposti. Può significare  dividere nel senso di spartire, porzione, parte, come una condivisione di qualcosa, forse partecipare ad un’ esperienza . Share è anche la quota, l’azione, l’indice, l’auditel, l’aliquota che forma lo share-list o il bank share. Il termine stesso è un codice urbano decodificabile nella multi stratorialità del mondo contemporaneo, nei rapporti tra cittadini e istituzioni. Nel suo uso più comune è un dato che assume sempre più rilievo nell’era dei mass media, dei “vidioti” teledipendenti, che conduce a delle vere e proprie sfide all’ultima schocking news per aumentare le visualizzazioni, appunto la percentuale di share.
Mauro Stagi (Firenze,1978) formula, con mezzi espressivi e stilistici personali ed attuali, un modo di indagare tale polistratismo, riuscendo nell’immedesimazione-straniamento che si crea nell’impiego di un linguaggio urbano ( beatboxing,breakdance,box,baseball) e parola poetica ( dai classici alle opere del Novecento), unendo il corpo esibito in movimenti o semiologie accennate ma pregnanti in una scenografia essenziale che ricorda i palchi allestiti per le esibizioni hip hop nelle periferie.
L’altra performer in scena, Alessandra Maoggi, contribuisce a creare una maggiore dinamicità sia uditiva che visiva, permettendo con la reciprocità dello scambio di creare un’azione in cui lo Share, mette in relazione l’individuo con gli altri, ma anche con un sistema di riferimento, un punto attorno a cui girare, da cui rendersi autonomi, contro cui affermarsi.
Credits Immagini: Lori Lako
Le diverse lingue dei testi conferiscono la possibilità da un lato di ricercare comprensione e conoscenza, dall’altro di formulare una sorta di” stream of consciousness”. Si può reagire “di pancia” ai cambiamenti di registro o attendere che le nostre connessioni sinaptiche ci indichino un’interpretazione. Il corpo diventa uno strumento tramite cui leggere in modo contiguo la stessa domanda, un corpo che si muove, agilmente, convulso, accennando piccole gesta o tic nervosi, come in un’oblazione rituale. Un rituale che si manifesta sia nelle forme stereotipate di urbanità, stimolando un immaginario comune, sia scavando nella letteratura e trovandovi spunti affini di riflessione, ponendo domande, scandagliando un concetto, trattandolo come se fosse materia pura, come il ritmo sincopato di una città a cui cercare di adattarsi. I suoni acusmatici danno alla partecipazione acustica un ulteriore effetto straniante. Il suono delle campane ci ricorda il nostro abbandono ad essere schiavi di un tempo scandito di appuntamenti da segnare sul nostro Moleskine, unito ad un tempo più eterno, che libera la mente, quello dei canti dei mantra meditativi, che si sovrappongono e mixano con i rumori cittadini, le manifestazioni, i servizi televisivi.
Dalle letture di alcuni atti unici di Harold Pinter si desume una definizione di individuo come essere fragile, in fieri, animato da situazioni psicologiche sensibili, mentre dalle letture del Coriolano di William Shakespeare si manifesta una collettività in ribellione contro il potere patrizio, una lotta di classe, in cui il cibo diventa interpretazione politica e definizione dell’umano (fungendo da spunti per identificare rapporti tra gli individui-relazioni con il sistema). Attraversare il significato di Share epurandolo, diventa così come un gioco precario, esaustivo, ma anche fisicamente esauriente, come tenere una pallina tra due teste cercando di non farla cadere.

giovedì 20 febbraio 2014

ENZO CUCCHI | COSMOGONIA


Enzp Cucchi, Cosmogonia III, 2013, arazzo, cuciture in cotone e lana, tasca in cotone, quadricromia su canvas hahnemuhle. Courtesy Galleria Poggiali e ForconiEnzo Cucchi, l’uomo e l’artista: l’universo personale di un sognatore.
Firenze, Galleria Poggiali e Forconi, Via della Scala, 35/A – Project Room Via Benedetta, 3r, dal 23.11.2013 al 15.02.2014
“Mi sembra che l’essere umano sia stato creato per vivere. Vivere nel cammino verso la verità. Ecco perché l’uomo crea. In una certa misura l’uomo crea nel cammino verso la verità. Questo è il suo modo di esistere, e l’interrogativo sulla creazione (‘Per chi gli uomini creano? Perché essi creano?’) è senza risposta. Effettivamente ogni artista non soltanto ha una sua concezione sulla creazione ma ha anche un suo modo personale di interrogarsi su ciò.”  (Andrei Arsenyevich Tarkovsky )
Enzo Cucchi, Trittico, 2013, litografia disegnata su pietra da Enzo Cucchi su carta JaponBunkoshi. Tiratura in 30 esemplari. Particolare. Courtesy Galleria Poggiali e Forconi.La galleria Poggiali e Forconi presenta un progetto inedito di Enzo Cucchi (Morro d’Alba Ancona, 1949) in cui, tra materiali inusuali e medium eterogenei, crea un percorso attraverso i misteri del cosmo e della realtà in un immaginario onirico e atavico.
Il termine cosmogonia significa origine dell’universo. Le società si sono sviluppate all’interno di culture in cui idee e concetti si formarono partendo dal rapporto con il mito come primordiale fonte di conoscenza dell’esistente e di cui l’uomo ha sempre subito la fascinazione e l’influenza.
Cosmogonie, tre grandi arazzi circolari, una speciale tela ricoperta con inchiostro opaco, tela di lino Canvas  Hahnemüehle, sulla quale si visualizzano ricami ed elementi tessili in lana, seta e cotone, ci trasporta all’interno di un mondo creato dal nostro sguardo che si muove sugli inserti materici, creando galassie inesistenti, tra cui spuntano figure zoomorfe come simbologie totemiche.
Enzo Cucchi, Prisca, 2012, litografia disegnata su pietra da Enzo Cucchi composta da 3 cubi. Tiratura in 30 esemplari + 3 A.P. Particolare. Courtesy Galleria Poggiali e ForconiTrittico è un opera composta da tre litografie disegnate su pietra, con tre semisfere di carta japon su cui sono raffigurati tre gatti che collegati tra loro assumono la forma di costellazioni o atomi, grazie ai quali si risolvono le dicotomie essenziali nelle infinite combinazioni del caso.
In Prisca: tre litografie cubiche, troviamo disegni originali su ogni lato dei cubi che figurano come giochi misteriosi, avvolti in un’oscillazione continua tra mito e realtà, come un’analisi del nostro inconscio, per rivelare un linguaggio dimenticato, reso manifesto da archetipi costanti. Queste sono solo alcune delle opere che scorgiamo all’interno di in un excursus fatto di molteplici stimoli visivi e immaginativi.
Enzo Cucchi, Cosmogonia, Installation view, Senza titolo (Cattedrale), 2009, bronzo. Courtesy Galleria Poggiali e ForconiCome un mistero inesplicabile, un Solaris, ci si lascia sedurre dal desiderio di trovare una spiegazione a queste simbologie primordiali, per dare una prova ontologica alle nostre domande che rimangono un arcano di fronte al titano immobile che richiede rassegnazione o accettazione.
 “… Ma persistevo nella fede irremovibile che l’epoca dei miracoli crudeli non fosse ancora finita”.  Da Solaris(Stanisław Lem)
Francesca Biagini

lunedì 25 novembre 2013

BRUNO DI MARINO | HARD MEDIA. LA PORNOGRAFIA NELLE ARTI VISIVE, NEL CINEMA E NEL WEB


Big Welcome,courtesy of Bruno di Marino
La terza stagione di Scripta l’arte a parole, ciclo di presentazioni con autori e curatori di edizioni sulla critica d’arte contemporanea a cura di Pietro Gaglianò presso la libreria Brac di Firenze, si apre con il libro Hard Media. La pornografia nelle arti visive, nel cinema e nel web di Bruno Di Marino, Johan & Levi Editore, 2013.
Nella storia dell’arte si è soliti associare al concetto di bellezza (intesa in senso estetico) anche un alto valore morale. Le avanguardie del Novecento hanno scardinato questi postulati ponendo le basi per quella che è stata “la rottura dell’alleanza tra estetica e morale” – citando Arthur Danto, The Abuse of Beauty. Analizzare la pornografia come categoria estetica e non solo come fenomeno sociale, ci pone di fronte ad una problematica storicizzata nel tempo, ma ancora ricca di interessanti spunti di riflessione.
Mama und Papa,courtesy of Bruno di MarinoIl corpo, spesso al centro di pratiche artistiche, è un elemento che genera disagio nell’essere osservato, che può ancora essere veicolo di infrazione e violazione dello stesso e della nostra percezione. Bruno Di Marinotraccia un excursus sull’osceno nell’arte contemporanea partendo da L’origine du monde  di  Gustave Courbet, tela che rimase per anni clandestina, celata da coloro che la possedevano, tra cui Jacques Lacan che la fece coprire mostrandola solo ad un selezionatissimo pubblico, perché capace di generare scandalo. Lo scandalo è  il “turbamento della coscienza collettiva provocato da una vicenda, da un atteggiamento o da un discorso che offende i principi morali correnti”, ed ecco che ci riconduciamo verso la chimera della morale. Nonostante la pornografia sia stata capace di abbattere determinati tabù e di farsi accogliere da un pubblico sempre più elevato che comprende anche un rilevante numero di donne,  continua a possedere una forte pulsione attrattiva per quanto riguarda le sue capacità trasgressive. Il porno, grazie a questa carica eversiva, ha contaminato molti altri settori, dall’arte, al cinema alla letteratura.
Shame, courtesy of Bruno di marinoNegli anni ‘70 la pornografia è riuscita, da Deep Throat, a farsi portavoce di nuove correnti intellettuali rivoluzionarie, ponendosi come fenomeno di liberazione sessuale e contribuendo ad una nuova consapevolezza del corpo (proprio e non) e di conseguenza a riformulare anche standardizzati concetti di identità. Artiste di ogni tipo fin dagli anni ‘60 hanno scandagliato le coabitazioni dell’identità prelevando elementi complessi dall’immaginario pornografico, dissacrando e frammentando quello scomodo bagaglio semantico che è il nostro corpo, generatore di tensioni tra l’io e l’esterno, tra il privato e il pubblico, arrivando alla stessa auto-violazione. Si va assottigliando sempre di più la linea di demarcazione – peraltro mai stata molto netta – tra pornografia ed erotismo, e le ibridazioni tra video hard e video arte.
La pornografia negli ultimi decenni ha però visto man mano affievolire la propria carica rivoluzionaria e anticonformista a causa di un progressivo processo di assimilazione del porno nei linguaggi contemporanei e nella società, che, se da una parte ha determinato lo scioglimento delle ultime ineluttabili inibizioni, dall’altra ha prodotto nuove forme di conformismo consumista, di spettacolarizzazione dell’hard.
CookforTwo, courtesy of Bruno di MarinoIl reality show, partendo da “Il grande fratello”, in qualche modo riproduce gli schemi della filmografia porno amatoriale, che, da un punto di vista economico ma anche sociale, ha logorato il mercato, influenzandone il dualismo di produzione e consumo (i film porno professionali imitano la messa in scena “fai da te”), riproponendo lo schema voyeuristico da peep show della telecamera/terzo incomodo, in bilico tra fiction e realtà che rappresenta l’era del pop porno. Il reality show diventa sintomatico del livello di consunzione di questo genere nel linguaggio contemporaneo, nella dimostrata bramosia che il pubblico dimostra nell’attendere che i concorrenti consumino all’interno della casa, che si nascondano dietro a filtri proprio nel luogo per antonomasia dove niente può essere nascosto, mostrando il nulla che il sesso è finito per diventare. Il mondo del web – e di Youporn in particolare – hanno rivoluzionato il cosmo della pornografia rendendo reali gli atti sessuali solo in relazione alla loro messa in scena nella realtà o nella finzione alla presenza dell’occhio acceso della registrazione.
Affascinate è il parallelismo che si propone tra il sesso, l’orgasmo , “la petit mort” e il cinema, “la morte al lavoro” secondo la definizione di Jean Cocteau, conducendoci verso un’acuta analisi di quella che potrebbe essere un effigie dei nostri tempi, un “memento mori/godi”.
Un buon numero di femministe ha spesso militato a gran voce contro la pornografia come deleteria per l’immaginario femminile, lesiva della dignità della donna, muovendosi in direzioni pro-censura. Come più volte “historia magistra vitae”, la censura non solo è deleteria per ciò che è più importante proteggere cioè la libertà di espressione e di pensiero, ma crea in realtà gli effetti opposti rispetto a quelli desiderati, diventando un paradosso difensivo piuttosto sterile.
Francesca Biagini

ROBERTO PUGLIESE | EMERGENZE ACUSTICHE


Roberto Pugliese, Emergenze Acustiche, 2013, Tenuta dello Scompiglio. Foto Guido Mencari - Courtesy Associazione Culturale Dello ScompiglioVorno, Capannori (LU), SPE Spazio Performatico ed Espositivo -  Tenuta Dello Scompiglio, via di Vorno 67, fino al 19.01.2014
A cura di Angel Moya Garcia
Emergenze acustiche è il nome dell’installazione sonora che Roberto Pugliese (Napoli,1982) presenta nelloSpazio Performatico ed Espositivo della Tenuta Dello Scompiglio.
L’installazione è composta da 80 tubi cilindrici in plexiglass contenenti speakers di diverse dimensioni che si calano dal soffitto, producendo un effetto a cassa di risonanza. La composizione acustica, che si diffonde in tutto lo spazio espositivo, è generata da un software all’interno del quale vengono inseriti dati numerici derivati dalle varie attività, come gli esercizi culturali e didattici, o l’energia rilasciata dall’orto biodinamico e la cucina.
Roberto Pugliese, Emergenze Acustiche, 2013, Tenuta dello Scompiglio. Foto Guido Mencari. Courtesy Associazione Culturale Dello ScompiglioL’opera agisce su sistemi di interazione che vanno generandosi in base alle scelte degli spettatori, invitati a modulare un percorso personale in base ai propri istinti percettivi. Ciò permette di dare una conformazione organica di volta in volta nuova all’ambiente, e il visitatore, inseguendo un’inafferrabile entità, non vive più l’esperienza artistica come agente passivo, ma come forza generativa. In un discorso più ampio, le pratiche artistiche che hanno come studio la percezione dello spazio mediante l’udito, si prestano a una maggiore interdisciplinarità, spesso applicabile anche a determinate prese di coscienza nei confronti di uno spazio sia urbano che non (come nel caso dello SPE), fino ad arrivare a una pratica di vera e propria architettura sensoriale, in grado di rivelare cosa la musica e il suono possono dirci dell’ambiente che “abitiamo”.
Roberto Pugliese, Emergenze Acustiche, 2013, Tenuta dello Scompiglio. Foto Guido Mencari. Courtesy Associazione Culturale Dello Scompiglio.L’indagine delle relazioni che si intessono tra spazio, suono e osservatore, trova i presupposti in una realtà che viene generata nelle complesse relazioni tra vari componenti: punto di partenza, in quest’ottica, è laTeoria generale dei sistemi di Ludwig von Bertalanffyche definisce le possibilità di influenza e scambio tra gli elementi come condizione necessaria per stabilire un sistema e il suo mantenimento.
I dati delle attività che diventano suoni non solo presentano una tecnologia organica che si fa quasi emozionale, ma ritornano nello spazio, portando consé una ineluttabile parte del mondo esterno.
Roberto Pugliese, Emergenze Acustiche, 2013, Tenuta dello Scompiglio. Foto Guido Mencari, Courtesy Associazione Culturale Dello ScompiglioI suoni elettroacustici rientrano in una particolare categoria musicale, che permette di tracciare una linea temporale sui nuovi sviluppi tecnologici e sui nuovi materiali,  in quello che potrebbe essere definito il “momento tecnologico dell’arte”. Agostino di Scipio inPensare la tecnologia del suono e della musica scrive: «Nell’esperienza creativa [....] colui che agisce è definito dai suoi mezzi di azione nella misura in cui l’opera che risulta dal suo agire restituisce all’ascolto l’esperienza di quei mezzi».
L’arte contemporanea sta spostando sempre più la propria attenzione verso le relazioni umane e le relazioni tra individui, in cui l’interattività tra osservatore e artista gioca un ruolo preponderante proprio in quello “spazio” che spesso sfugge all’artista stesso, o che non era sua intenzione significare. In questo caso, la tecnologia utilizzata è capace di alterare i sensi e le percezioni emotive, restituendo una maggiore consapevolezza tra individualità corporea e necessità di relazionarsi con l’esterno.
Cercando di coinvolgere il pubblico, viene focalizzata l’attenzione sulle possibilità di analisi critica e interpretativa, in cui l’interrelazione si rivela obiettivo finale dell’opera. L’indagine del luogo permette di abbassare il livello di influenza dell’artista, per procedere alla restituzione di una realtà traslata, che il pubblico può decidere di manipolare o semplicemente fruire.
Francesca Biagini

venerdì 11 ottobre 2013

HENRI CARTIER BRESSON. PHOTOGRAPHER


La fotografia sceglie il momento in cui il caos del reale si mette in ordine, in cui il ritmo della danza cosmica si costituisce e prende corpo di fronte alla macchina fotografica, diventa inquadratura e composizione. È come se il fotografo facesse parte di un rituale sacro che si palesa di fronte ai suoi occhi e di cui lui è parte integrante. Viaggiando per il mondo e fotografando città, luoghi, personaggi famosi deve solo stare attento a non  interferire nel vissuto, non disturbare lo scenario di cui vuole impossessarsi, essere occhio discreto di fronte alla vita.
Romania, 1975 (c) Henri Cartier-Bresson-Magnum Photos
Henri Cartier Bresson  (1908 – 2004) raccontato daHenri Cartier Bresson. Questi scatti, la cui selezione diventa opera ed esposizione allo stesso tempo, ci permettono, attraverso l’ occhio del fotografo, di vedere il mondo esterno e il suo io. Un’antologia in 133 foto scelte dall’autore per la sua monografia che qui diventa mostra.
In Bruxelles, 1932, due uomini sbirciano, tra gli interstizi di un telo ciò che noi possiamo solo provare a immaginare, cercando di non farsi scoprire. Due uomini che sbirciano da un foro, cosa c’è di più ontologico parlando di fotografia se non un’immagine che mostra la visione con queste sfaccettature,  il piacere del vedere, la volontà di impadronirsi di un qualcosa tramite la vista, il voyeur per antonomasia.
Quando si parla di Bresson  non si può non parlare dei suoi “momenti decisivi”, gli attimi fuggenti di quella vita vera che si manifesta nella sua durata. L’attesa è un elemento che lo contraddistingue, quella virtù della pazienza di saper aspettare ciò che prima o poi succederà qualcosa che attrarrà il suo click, l’istante del flusso del reale, del monotono continuum esistenziale che genererà sorpresa e che ci allontanerà dal banale.
Behind the Gare Saint-Lazare, Paris, 1932 (c) Henri Cartier-Bresson-Magnum Photos
Il suo debito con la pittura è spesso evidente, fotografie che diventano dipinti, che somigliano a dipinti o che sono dipinti stessi rintracciabili nella realtà. D’altronde Bresson lavora con Jean Renoir,  regista francese figlio del famoso pittore impressionista, e non possiamo non accostare il movimento del cinema al dinamismo fotografico di Bresson.
L’insieme delle combinazioni possibili è il nostro caso e il nostro susseguirsi dei fenomeni definisce ciò che caso e coincidenza significhino, come se segni o segnali di un mutamento si rendessero manifesti. Possedendo una sorta di primordiale istinto animale, Henri Cartier Bresson riesce a carpire il momento decisivo in cui ci sarà un mutamento dei fenomeni di continuità.
Gli eventi storici sono rappresentati in modo atipico, non vediamo la storia così come siamo abituati, con “il fatto-l’accaduto” ben  in evidenza di fronte ai nostri occhi, ma l’accadimento è intuito, percepito attraverso gli occhi degli astanti; vediamo le reazioni, i fremiti, gli sguardi, le lacrime, che ci restituiscono un sapore della storia ben più vicino alla realtà. Si potrebbe semplicemente studiare la storia dalle sue foto o raccontare, tramite esse, nuove versioni di quella che si è soliti leggere sui libri.
Cremation of Gandhi ci mostra una folla quasi indistinta che si muove, si calpesta pur di vedere, e persone che si sono arrampicate su un albero isolato sotto il flusso della massa, per riuscire ad avere una migliore prospettiva di quel fuoco che noi intuiamo, ma non vediamo.
Non è forse anche questa tutta una storia di sguardi, di attimi e punti di vista?
Francesca Biagini