sabato 13 gennaio 2018

VIVIENNE WESTWOOD OFF THE STAGE dietro le quinte delle sfilate della regina del Punk
Una mostra di Peppe Lorefice Fotografie di Paolo Colaiocco a cura di Francesca Biagini
Dal 8 dicembre 2017 al 15 gennaio 2018
Presso Comodo64, via Bologna, 92, Torino
Opening Venerdì 8 dicembre 2017 dalle ore 18.00 alle ore 23.00 Infoline: francescabiaginiart@gmail.com +39 348 4988207
La mostra VIVIENNE WESTWOOD OFF THE STAGE: dietro le quinte delle sfilate della regina del Punk ripercorre il processo e tutte le fasi che stanno dietro alla produzione di una sfilata della stilista. Non e’ semplicemente una retrospettiva del dietro le quinte, quanto piuttosto uno scandagliare il processo il cui culmine in evidenza e’ la sfilata.
La mostra sará una visione di insieme in cui le singole parti serviranno a costruire il tutto, a restituire la performace del backstage, tramite una raccolta mulimediale fatta di foto, disegni, abiti, tessuti e video.
Il punto di vista é quello inedito del non esposto del mondo della moda, senza darne un
approccio didascalico, ma mostrando un universo caotico in cui scorgere l’ aspetto reale, transitorio e non specifico della preparazione alle sfilate di Vivienne Westwood.
Dalla ricerca legata alla creazione della collezione, al casting, al fitting e allo styling, mostrando i cambi d’abito, le attese in fila, i momenti di non-produzione, il make up e l’hair-style.
In esposizione ci saranno anche video dei preprarativi e contributi con interviste dei modelli piú rappresentativi delle sfilate di Vivienne.
In tal modo si compone uno storytelling complesso, che restituisce non solo il mondo creativo che sta alle spalle della sfilata, ma che illustra una visione amplia di un progetto, un’atmosfera che é anche la restituzione di quella stessa estetica destrutturata che é la cifra stilistica della moda della regina del punk.
La mostra raccoglie materiali a partire dalle collezioni aw 12/13 Gold Label e Man fino alla ss18 Vivienne Westwood e ss18 Andreas Kronthaler per Vivienne Westwood.
Le immagini esposte seguiranno tutto lo sviluppo del backstage fino alle immagini finali
della campagna e del catalogo.
Vivienne Westwood e’ universalmente nota per aver dato forma tramite la moda ad una generazione: quella del punk inglese anni 70. Il nichilismo, l’anarchia e la trasgressione erano i punti chiave di un movimento non-movimento per definizione, a cui lei fornisce un contributo non solo visivo, ma anche concettuale e non-teorico, sempre restando nella logica punk.
La culla delle sue trasformazioni stilistiche dell’epoca era il suo oltraggioso negozio in King’s road i cui cambiamenti di nome hanno segnato i mutamenti interni e contradditto- ri del suo formalismo anticonformista. La storia del costume viene espolarata dalla stilis- ta, continuando la sua ricerca , spesso anche politica e all’insegna dell’impegno civile, in cui si uniscono le stoffe della tradizione inglese, alle estetiche vittoriane del settecento fino ai piú recenti assemblaggi genderless in cui l’arte, sia moderna che contemporanea, ha sempre avuto un fortissimo ruolo d’ ispirazione nelle sue elaborazioni.





TM-02  CASE DEL POP
Marina Arienzale-Matteo Cesari

TM Project Space #co-art in co-work
Inaugurazione: mercoledí 9 novembre, dalle ore 19,00
Via la Marmora,51-Firenze
Con il gruppo di cittadinanza attiva Qualcosa da dire
A cura di Francesca Biagini


La storia delle case del popolo é strettamente legata alla storia del territorio, in particolare quello toscano, come modello sociale partecipativo. Il circolo, nella sua definizione espansa, diventa nel tempo l’epitome vitalizzante del paese, espressione del locale come rituale di aggregazione collettiva.
Nella sfera pubblica contemporanea in cui si propagano non-luoghi e in cui la ricerca identitaria si fa sempre piú porosa, I centri di aggregazione dove si sviluppino sia forme di pensiero e ripensamento attivo che semplici attivitá ricreative, diventano peculiari posizioni che si muovono tra il desueto, il nostalgico e l’ancora necessario.
Il progetto Case del Pop  di Marina Arienzale e Matteo Cesari non si limita a mappare una realtá sociale in fieri in costante ricerca di un’identitá perduta , legata sia alla politica del pci che ai movimenti operai, ma si inserisce in un ampliamento di asse prospettica che ne coinvolge l’universalitá come fenomeno sociale.
Le immagini non sono una semplice documentazione visiva ma indagano con il rispetto della ricerca un aspetto complesso della storia italiana. Potrebbero sembrare lo stesso luogo, perché assumono la possibilitá del variabile tipica del topos nella sua originaria etimologia greca.
 Esprimendo il processo di trasformazione di queste entitá ormai storiche, che sono ancora legate al folklore cittadino e alla militanza politica  ma che devono interfacciarsi con la societá dei costumi, le case del popolo si sono trovate a mediare sincretismi fra tradizione e le nuove generazioni che ne hanno fatto centri di vita culturale e fucina di sperimentazioni.
Case del Pop si muove in questa nuova ricerca aperta agli scenari contemporanei, dando uno sguardo che non si fa sedurre dal romanticismo del decadente, ma diventa una narrazione simbolica che stimola l’osservatore a trovare e ad assumere una presa di posizione, sempre necessaria, non restando neutrale ma neanche rendendosi politico, indagando uno scenario che tocca fenomeni di gentrificazione e culto diminante del passato, e stimolando una ricerca geografica intimistica e poetica. L’associazionismo diventa metafora dei percorsi identitari dell’io che si generano nel contatto con l’altro,  nella condivisione e nelle attitudini di relazione. Sono le storie dei nostri territori che formano le microsequenze del nostro esistere.




Francesca Biagini


Teresa Margolles. Tra estasi e critica


Teresa Margolles (Culiacán, Sinaloa, Messico, 1963) modula il percorso espositivo della Tenuta Dello Scompiglio dirigendo l’osservatore verso un sentimento di stupore, come attonito, che da sublilmente estetatico, si trasforma in brutale impatto critico
Ricordando alcune interviste fatte a manifestanti femministe durante le proteste negli anni 70 : “La relazione tra i sessi è una relazione politica. Un problema personale di una donna è un problema politico.”
Nelle tre opere esposte nella mostra Sobre la Sangre curata da Francesca Guerisoli e Angel Moya Garcia presso lo SPE – Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta Dello Scompiglio, le tracce e i corpi si susseguono con una particolare  attenzione a quegli oggetti limitrofi e spettatoriali rispetto all’ “incidente”  sul corpo stesso. Il corpo diventa una topologia socializzata la cui pregnanza affonda alle radici dell’odio di genere, il cui tema é centrale in tutto il percorso espositivo. Il femminicidio e la violenza diventano simbologie più ampie di condizioni storiche che trascendono il singolo episodio in una societá androcentrica che tollera la stessa esistenza di certe pratiche del potere.
L’arte in questo senso diventa pratica e azione per trasformazioni di rilievo e appropriazioni dello spazio sociale e urbano in cui si afferma l’inuguaglianza portandone alla luce le regole dissimulatorie.  Frazada ( La Sombra) é un’istallazione che si disloca e muove nello spazio pubblico, in questo caso nella cittá di Lucca, per trovare collocazione finale all’entrata esterna della Tenuta dello Scompiglio. L’importanza del suo orbitare nel contesto pubblico é dato dal ruolo che lo spazio stesso assume nei movimenti di riappropriazione di libertá dei cittadini, ma anche dal fatto che l’installazione diventa un locus amoenus e un metaluogo. Un ombrellone che accoglie chiunque voglia trarre rifrigerio dalla sua ombra diventa, ad una piú scrupolosa osservazione, la prova dell’orrore inflitto. L’installazione itinerante consiste in una coperta sostenuta da una montatura metallica impregnata di sangue di una vittima di femminicidio. L’elemento ematico si disvela come una reliquia sacra.

Frazada (La Sombra), 2016, Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

Qui inizia il percorso graduale che si estende fino alla sua climax nelle sale piu interne; percorso che si muove verso un senso di conoscenza che si manifesta lentamente, giungendo nelle ultime opere, quasi nascoste in fondo a bui corridoi, come una rivelazione lapalissiana.
Il labirinto semioscuro sottolinea la ritualità di un passaggio di memoria contro l’omertà; i racconti delle vittime senza nome, una volta recuperati, non devono diventare materiale obsoleto.
Il lirico realismo di Teresa Margolles e il suo impatto feroce verso tematiche a lei care e spesso legate al suo paese di provenienza emergono ancora di piú nell’opera Wila Patjharu/ Sobre la sangre che immerge lo sguardo di crudele bellezza. Una tela lunga 25 metri si disloca lungo un corridoio la cui unica illuminazione proviene dal tavolo su cui poggia, enfatizzando lo splendore dei ricami di paillettes, perline e fili iridescenti. Ciò che si osserva inizialmente è solo magnificenza. Decorazioni di figure antropomorfe, fiori, draghi e motivi astratti.

Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017. Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

L’atto di perturbare è rivelatorio. Le macchie di sangue che coprono tutta la tela si uniscono ai ricami in un tragico idillio. La narrazione muta che vi si dispiega e’ quella di dieci vittime di femminicidio a La Paz in Bolivia.  La tela e’ stata ricamata e disegnata da sette artigiane dell’etnia Aymara secondo le tecniche tradizionali degli abiti della danza boliviana.
Si stratificano due storie: una drammatica e ingiustificabile e una di possibile “redenzione”/ trasformazione dell’elemento tragico. Una speranza che si insinua nella percezione visiva dell’opera: come il folklore e la tradizione riescano a trasmutare l’orrore. L’oggetto in questione subisce un processo di appropriazione che lo trasforma da prova tangibile del delitto tramite un destorificazione universale mutandolo da prova in messaggio. Il cucito é il simbolo del femmineo piú comunemente riconosciuto; in questo caso diventa strumento di emancipazione e riconoscimento di un identità molteplice, quella delle lavoratrici e quella delle vittime.

Il Testimone, 2017 Oisiris “La Gata”, 1984-2016). Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

La morte, tematica cara all’artista, si manifesta nelle sue sembianze più atroci ma è anche quell’entità e voce ultima che rimane alle donne uccise di cui l’artista si fa mediatrice.
Due stretti corridoi portano infine verso l’ opera site specific Il Testimone. Lungo essi si può scegliere cosa ascoltare e con quale intensità, ma non si può scegliere di sottrarsi alle storie delle due prostitute transessualiKarla e La Gata le cui foto sono mostrate in fondo in bianco e nero come figure evanescenti. Entrambe sono state uccise per il loro semplice essere. Sono storie di sofferenze, difficoltà e speranze vanificate.
Il termine femminicidio assume una nuova connotazione grazie all’antropologa Marcela Lagarde unendo in esso non solo l’atto del carnefice che uccide la vittima in quanto donna, ma ritenendo in ugual misura responsabili le istituzioni e autorità che lo hanno permesso con impunità e complicità. I processi di memoria così come il dare una storia e un nome alle vittime, permettono di rompere l’incorporazione data per naturale di certe rappresentazioni e identità sociali.  Contro la storia ufficiale si stagliano le voci e narrazioni di donne comuni che aprono un dibattito su come la forza simbolica del consenso distolga volontariamente l’attenzione dalle disposizioni del dominio. In questo asse di denuncia si collocano le opere dell’artista che funge da intermediaria tra la votazione attiva alla causa e l’ archivista di voci dimenticate.
Francesca Biagini
Firenze ,le Murate/Brac, con Daria Filardo
Abbiamo incontrato Pietro Gaglianò, studioso dei linguaggi contemporanei e curatore, in occasione della pubblicazione del suo ultimo libro, Memento. L’ossessione del visibile. In questo nuovo testo, Gaglianò propone una riflessione sui monumenti, sullo spazio pubblico e le estetiche del potere, tracciando una linea di pensiero critica e efficacemente eversiva che mostra la complessità sociale che si riflette nell’opera d’arte.
Intervista a cura di Francesca Biagini
Memento è un libro senza immagini, pur affrontando il tema del visibile e la sua ossessione. Operare una scelta consapevole di questo genere è di per sé un atto non neutrale, fine a generare un  cortocircuito che stimola uno sguardo attuale sul linguaggio verbale  come “… strumento di resistenza attiva…la possibilità di un cambiamento concepito come resistenza all’abuso dell’immaginario…” Mi piacerebbe iniziare da questo, partire dalla parola…
Memento, tautologicamente, nasce proprio da un lavoro sulle parole, sulle loro etimologie, sui significati nascosti che giacciono sotto il loro suono, spesso indicativi di stati di soggezione culturale del tutto interiorizzati. Il recupero di un senso critico del linguaggio è, a mio avviso, indispensabile oggi, in una fase di massificazione dell’espressione in cui la semplificazione ha il suono sinistro di un’omologazione senza uguaglianza. La parola coincide con la resistenza perché elaborare un’immagine mentale impone uno sforzo intellettuale e creativo molto più attivo di quello necessario per recepire l’immagine. Riappropriarsi della facoltà critica del linguaggio significa rifiutare che qualcuno descriva il mondo al nostro posto, le sue regole, i suoi valori. E nel vuoto metafisico di un libro senza immagini la mente diventa attiva, creativa, fa a meno del visibile o lo trasforma in esperienza morale.
Parlando del mai compiuto monumento a Costanzo Ciano a Livorno, punto di genesi del tuo libro, enunci un concetto fondamentale sulla  più ampia riflessione nel rapporto tra potere egemonico e volontà popolare. L’assunzione di responsabilità, il “Ci impegniamo, noi e non gli altri” alla Bertolt Brecht, che diventa spunto per problematizzare lo spazio pubblico e le forze che su di esso agiscono.  Qual è, secondo te,  la posizione  dell’artista rispetto a questa assunzione di responsabilità?
La bellissima frase di Brecht che ti ringrazio di aver citato è l’ispirazione per molti dei contromonumenti realizzati soprattutto in Germania nel secondo Novecento per dare vita a una memoria collettiva, ma molteplice e non uniforme, della responsabilità rispetto al nazismo. “Noi e non gli altri” è come dire “non possiamo chiedere a nessuno di ergersi contro l’ingiustizia al nostro posto”, la frase che corona il monumento (a scomparsa) contro il fascismo che Jochen e Esther Gerz hanno realizzato ad Amburgo. La posizione dell’artista forse si trova proprio qui: nel pensare, e nell’aspirazione a far pensare, in un modo autonomo. L’artista può essere un attivista, ma la forma del suo lavoro non può essere meramente dichiarativa, deve contenere oscillazioni e possibilità, senza assertività. La responsabilità dunque risiede nel mantenersi politico nel pensiero e simbolico nelle forme, forma simbolica e funzione sociale.
Carrara,Accademia di Belle Arti, con Gaia Bindi
Carrara, Accademia di Belle Arti, con Gaia Bindi
Com’ è cambiato lo spazio pubblico nella società contemporanea? E quale è, di conseguenza, il nuovo ruolo dei monumenti?
La cultura urbana contemporanea è stata espropriata dello spazio pubblico: si è verificato uno spostamento verso la comunicazione televisiva prima e web poi. Le relazioni spesso nascono e si sviluppano in un ambiente irrelato rispetto al contesto fisico, una dimensione molto funzionale alle dinamiche del capitalismo e della pressione sulle soggettività. La libera azione nello spazio pubblico, d’altro canto, subisce sempre maggiori restrizioni, nel nome della sicurezza, del decoro, di altri discorsi demagogici. In questo smembramento della cultura sociale il monumento tradizionale ha del tutto perso la sua funzione, diventando postumo rispetto a se stesso: così le opere di autori contemporanei nelle piazze non sono altro che “plop art”, decorativa, cosmetica, incapace di produrre pensiero critico e ottimo per la brandizzazione delle città che si dichiarano di riqualificarsi con il contemporaneo. A questo si oppongono molte esperienze, tese alla creazione condivisa di senso, che hanno operato e operano secondo una revisione continua dei processi, degli alfabeti formali, degli esiti che l’arte può assumere quando precipita nella sfera pubblica.
Si sono creati nel nostro paese formati artistici non convenzionali, zone di improvvisazione culturale, in cui il locale è diventato valore aggiunto rispetto al dominio pervasivo e capillare, strutturando le premesse per la rinascita di un senso di comunità. Quali sono stati gli esiti più significativi di queste nuove forme di produzione culturale?
Alcuni artisti attivi negli anni Sessanta e Settanta in Italia sono stati autenticamente pionieri, coltivando in modo spontaneo una relazione con le comunità e gli spazi che mancava in analoghe esperienze d’Europa e degli Stati Uniti. Più recentemente è esemplare l’esempio resistente di Isola Art Project a Milano, tra gli altri, ma la penisola è costellata di progetti che si basano sulla comunità pur mantenendo intatto il senso per la forma simbolica. È interessante rilevare come alcune delle realtà più dinamiche e originali siano periferiche rispetto ai centri principali di produzione contemporanea: tra le altre vorrei citare “A Cielo Aperto”, di Bianco-Valente e Pasquale Campanella, a Latronico, in Basilicata, e Guilmi Art Project, di Lucia Giardino e Chico Bacci, che prende forma da otto anni in un paese di pochissimi abitanti in Abruzzo. La comunità di Guilmi in questi mesi sta agendo per contrastare l’impianto di due centrali a biomasse, un abominio di gestione delle risorse, e forse un senso di appartenenza e di responsabilità del territorio è stato innescato anche dal confronto con gli artisti. Ci tengo a citare poi Carico Massimo, un raggruppamento di artisti e critici che ha una parte importantissima nella genesi di Memento: qui è nata l’idea, e poi c’è stato un importante sostegno finanziario e non solo per tutta la fase di ricerca sul monumento a Ciano e per la traduzione del libro.
Venezia, Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito, con Stefano COletto
Venezia, Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito, con Stefano Coletto
L’arte tramite dialogo, partecipazione e condivisione è riuscita a mantenere il cittadino come punto di riferimento della propria prassi, facendosi da congiunzione tra memoria e comunità. Come è stata possibile questa “ riconciliazione collettiva”, come da te definita?
Da una parte c’è una sorta di meccanismo salvifico, quello innescato dall’arte come antidoto allo schiacciamento da parte del potere. Ogni narrazione compiuta dall’arte è come un cortocircuito, da qui si è sempre ripartito per la costituzione di nuovi immaginari. Ritengo quindi che l’arte sia indispensabile alla storia dell’umanità. D’altra parte, in questa fase storica, si registra anche un bisogno diffuso di ritorno alla tangibilità delle cose, il rapporto uno a uno che l’arte produce con i suoi interlocutori è possibile solo in una visione egualitaria in cui ogni osservatore è anche interprete e autore. E questa prassi mai scritta confligge con la corrente forma cosiddetta democratica della società, dove l’imperativo è quello della delega e della deresponsabilizzazione. L’arte richiede impegno un prima persona, e la cittadinanza attiva pure. Ed è bellissimo e naturale che condividano forme e percorsi.
Francesca Biagini
La ricerca per Memento è stata sviluppata nell’ambito di “Livorno in Contemporanea 2015” promossa dal Comune di Livorno, in collaborazione con il Centro Pecci di Prato all’interno del progetto regionale “Toscana Contemporanea”.
Livorno, Fortezza Nuova, con Alessandra Poggianti
Livorno, Fortezza Nuova, con Alessandra Poggianti



Corpo a corpo, Marta Dell’Angelo e Serena FIneschi a Pisa


Il corpo diventa l’oggetto di confronto e dialogo tra le artiste Marta Dell’Angelo e Serena Fineschi: un corpo che attiva processi di conoscenza identitaria e che si frammenta e ricompone nello spazio, donando allo spettatore la possibilitá di percepire la sensorialitá tramite due visioni opposte della presenza fisica.
Le opere elaborate specificatamente per la mostra alla galleria Passaggi Arte Contemporanea di Pisa, curata da Pietro Gaglianò, si fanno vettrici di un messaggio fluido, “un’inclinazione”, una rottura dei codici visivi convenzionali che ,declinando la prospettiva dello sguardo e spostando l’asse visivo, non piú rigidamente verticale, dona un nuovo significato al valore dell’equilibrio. Marta Dell’Angelo (1970) visualizza l’immagine del corpo fisico attraverso la figurazione, indagando i linguaggi delle modalitá corporee, tramite gesta,posture,spasmi muscolari, palesando le tecniche del corpo, tramite pezzi umani che si costruiscono e frammentano sulla tela in una corale coreografia visiva.
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Il corpo diventa un luogo, ed é il luogo in cui la cultura viene somatizza.
E’ un luogo poetico e sociale allo stesso tempo, sorgente di simboli ma anche manifesto di resistenza personale.
Il corpo é anche un utensile, uno strumento, che lascia al suo passaggio traccie, che nel processo e nell’elaborazione dei significati, permette la visione della tangibilitá come nelle opere di Serena Fineschi (1973).
Il processo si deposita nella casualitá degli agenti esterni cosí come nella gestualitá quotidiana.
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Le opere L’abbandono di Serena Finsechi e Varco di Marta Dell’Angelo pervadono lo spazio su cui si sedimentano e dialogano in un’unione comune basata sulla contrapposzione di opposti, sul cedere alla gravitá e sull’azione muscolare della tensione verso l’alto, che nello sguardo dell’ osservatore. che si muove nell’assenza, tramite non solo il campo visivo ma anche con la fisicitá, avvia un’identificazione. In un processo analogo l’individuo esperisce attraverso il corpo ( il proprio) e le emozioni., l’appartenenza ad un insieme, una collettivitá. La rappresentazione del corpo comunica con molti corpi (reali), potenzialmente conflittuale ma anche di avvicinamento, che torna messaggio politico e sociale.
Francesca Biagini
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FRANCESCO LAURETTA- A PERFECT DAY 




“A Perfect Day” e’ il giorno perfetto  in cui Francesco Lauretta introduce le  contraddizioni dell’esistenza e della sua stessa negazione, all’interno di un percorso fatto di sguardi sul futuro e incorniciato nella perfezione di un presente solitario di fronte al mare.
Francesco Lauretta, A Perfect Day, 2015 a
La mostra di Francesco Lauretta (Ispica, Ragusa, 1964), curata da Pietro Gaglianò presso SRISA Art Gallery, presenta più di dieci opere composte da lavori a olio su tela, a spolvero su parete e tredici disegni, I disegni della morte, in olio su scotch e fusaggine su carta. L’esistenza prende forma e sostanza nella sue inesistenze, nelle sue zone d’ombra, nell’impercettibile, in quello scrutare i lievi spolveri che si diramano sulla parete come una propagazione della tela. Dalla percezione, all’inizio istintiva e interrogativa della forma sfumata e leggera, si giunge alla comprensione e alla materializzazione delle lapidi, dei tumuli di terra, della vegetazione folta, del “ció che fummo siete e ció che siamo sarete”. L’inquietudine dell’essere parte dalle luminose tele e dai bagnanti di spalle che guardano il mare, quel mare che scompone i ricordi dei momenti conclusivi dell’esistenza, come la fine di un’ estate o di una canzone.
Francesco Lauretta, A Perfect Day, 2015 - photo Daniela Pitrè2
Osservando le opere di A Perfect Day si ha come l’impressione di poter cedere alla tracotanza (anche nel suo significato antico – dal greco “Hybris”, oltraggio al divino ) di fronte al mondo esterno, di poterne restare fuori come uno spettatore incerto, per poi tuffarsi dentro e credere che tutto sará piú semplice, e di avere infinite possibilitá. Ma l’ inevitabile è giá alle porte del giorno perfetto, nell’angoscioso tentativo dell’immobile di cui la pittura ci illude.
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Francesco Lauretta ha la capacitá, assai rara, di esemplificare la vita tramite l’arte, mai in forma riduttiva, ma in ció che dell’esistente abbiamo di piú duraturo. Appena si entra nello spazio di SRISA si trova imminente sulla nostra destra l’inferno di Giovanni da Modena, sulla cui cima, come una pala d’altare, é posta una tela raffigurante una figura femminile di spalle verso un mare piatto, con poche nuvole all’orizzonte e una sabbia fatta di luce che lascia alla ricerca di un punto di appoggio in bilico tra i due sguardi, noi che di fronte erriamo nel limbo. Impossibile raggiungere l’inamovibile. La bellezza nasconde l’amaro della vita, come questi cimiteri colorati in cui il tempo ci svela il suo paradosso.
Francesca Biagin
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